La scheggia
Problema n° 97. Un pazzo costa allo Stato 4 marchi al giorno. In molti casi un impiegato statale guadagna solo 3,50 marchi per ogni componente della sua famiglia, e un operaio specializzato meno di 2. Secondo un calcolo approssimativo risulta che in Germania gli epilettici, i pazzi, etc. ricoverati sono circa 300.000. Calcolare: quanto costano complessivamente questi individui ad un costo medio di 4 marchi? Quanti prestiti di 1.000 marchi alle coppie di giovani sposi si ricaverebbero all’anno con quella somma?
Questo problema riportato in un manuale di matematica del 1940 fatto studiare nelle scuole elementari del Reich echeggiava nella memoria di Giulia mentre visitava In Memoriam – Aktion T4- Lo sterminio nazista delle persone con disabilità.
Si era imposta di visitarla per una riflessione tutta sua, che si concedeva stimolata dall’istituzione del giorno della memoria. Settanta anni fa uno come suo fratello sarebbe finito sparso nel vento grazie a calcoli che oggi sembravano tornare in auge. Certo non proprio così, l’evoluzione era stata difficile. Dalle camere a gas ai manicomi, fino alle case famiglia. In tempi di crisi però c’era sempre qualcuno che, senza darlo troppo a vedere, riduceva i costi dei “servizi sociali” e dentro di sé rifaceva i calcoli del problemino di matematica contando sul voto certo dei giovani sposi piuttosto che su quello incerto di un matto.
La follia non paga ed è inestirpabile. E’ un seme nero e sinistro che s’insinua come una scheggia di pietra inalterabile tra le sinapsi in un attimo che sfugge per poi essere ricercato come una chiave di volta per il resto della vita. Non ha colpe, ma radici ignote, impenetrabili. Non si cura come un raffreddore, come una malattia qualsiasi. La malattia mentale è una gramigna che improvvisa fiorisce. Forse nella pancia stessa della madre, o prima ancora nei geni di antenati, è stato depositato quel seme di pietra per poi risvegliarsi in una spirale uncinata quando ormai tutto è perduto.
La coscienza in quanto tale diventa un’entità astratta. Si perde in una notte in cui soli, nel silenzio assoluto, sotto la luce a neon di una cucina muta, si trovarono Giulia e suo fratello. Lui con il coltellaccio della carne a intaccare il cassetto delle posate, prigioniero che segna il calendario della sua galera. Lei cosciente, alla fine, dell’apice di un percorso senza ritorno, iniziato con la pipi sotto, strani capricci, musetti asociali e una maledetta diversità ormai non più latente. Mille volte Giulia aveva desiderato come ne “La solitudine dei numeri primi” di lasciare suo fratello al parco per andare ad una festa senza un macigno di dolore da portarsi dietro come una borsetta. Mille volte si era fustigata per quel pensiero cattivo dandosi una speranza. Poi quel coltello e gli occhi svuotati dalla gramigna infetta che aveva offuscato del tutto l’anima di suo fratello, la obbligavano a non sperare più di veder guarire la malattia.
Arginare il suo dolore era l’unica possibilità, difenderlo con nuovi muri per sopravvivere entrambi. Sfuggire allo stesso seme per aiutarlo. E ogni tanto sì, anche abbandonarlo, non proprio in un parco come voleva fare da bambina, in una casa famiglia, con un medico, o meglio, con un compagno che combatte lo stesso seme imperscrutabile e sa il come e il dove, e il perché, meglio della madre che lo ha partorito, meglio di Giulia.
Se fosse nato settanta anni prima il fratello di Giulia non sarebbe costato tanto alla società della revisione dei costi sociali. Giulia non avrebbe avuto problemi alle sue feste d’infanzia e forse sarebbe stata una persona più lieve. Ma non ci sarebbero stati nemmeno pomeriggi a contare le rondini in giardino, cuccioli da raccogliere per strada, partite truffaldine a giochi inventati, natali con scherzi geniali all’etichetta parentale, battute ironiche brucianti, lettere stratosferiche, scalette per arrivare alla nutella, discorsi deliranti e più su fino ai sogni, i sogni che solo quella scheggia lapidaria di ossidiana può rendere superlativamente fantastici.
Le Winx e Tchaikovsky
E’ in uscita l’ultimo film di Radu Mihaileanu “La sorgente dell’amore”. Se non conoscete il regista forse avete visto “Train de vie”, con la stessa gioia e lacrime con cui l’hanno visto tutti gli spettatori del mondo. Un regista tornatomi alla mente quando la mia bambina di quattro anni mi fatto una domanda sorprendente, come sempre: “Mamma che cosa è l’armonia?”. Non è stato facile spiegarglielo, ma l’esempio musicale mi sembrava il più calzante per una quattrenne. Lei ha chiamato in causa le Winx. Allora sono passata ai colori, cercando di essere più semplice, come quella volta che tentando di spiegarle la cattiveria intelligente citavo Iago e lei opponeva giustamente le Trix.
Nella mia mente alla parola armonia corrisponde invece il film di Mihaileanu “Concerto” nella scena finale. Se non l’avete visto provvedete. La scena finale in particolare fa capire come molti musicisti insieme possono generare il caos quando il direttore d’orchestra, inseguendo una strada di supponenza e distacco, non entra in relazione con loro, fino a quando una violinista gli impone con la forza solista, l’armonia, trascinando lui e i suoi compagni dentro la perfezione.
Trovo in questo finale oltre che una metafora esplicita sulla diaspora del popolo ebreo che ci vuole far leggere il regista, un simbolo di come l’avanguardia artistica possa arrivare in basso quando troppo in alto si eleva, lezione che ho appreso divenendo colta e odiando sempre più i dotti, ma anche e soprattutto una sintesi perfetta della democrazia. Ci sono metodi molto diretti con cui si raggiunge allo stesso modo la giustizia, e dunque l’apparente armonia, salvo poi che il direttore dimentichi di ascoltare gli strumenti (il popolo), fino a quando qualcuno dello stesso popolo, spesso di sesso femminile, ma non sul podio, si impone, obbligando il direttore a suonare la stessa musica. Il primo trillo di violino l’abbiamo avuto la scorsa primavera speriamo di arrivare alla perfezione del Concerto di Tchaikovsky e non al caos dotto che distrugge piuttosto che creare.
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Roma: i giorni bianchi… co’ la breccola dentro
Tutto lo scenario fantozziano si è replicato a Roma con la neve in una festa spontanea tipica dello spirito trilussano del romano verace. I treni erano bloccati, i camion e le macchine erano ferme sul raccordo, le scuole aperte (ma chiuse), gli uffici fermi, la gente senza luce a letto alle cinque di sera come nel medioevo sotto le pezze a legge un libro a lume di candela.
E’ cominciato tutto il 3 febbraio in tarda mattinata. Monte Mario si ritrova sotto la coltre bianca. Auto in mezzo alla strada ferme sulla Pineta sacchetti. Tolleranti e rassegnati, i rom
ani, dopo le prime imprecazioni e botte di clacson iniziano a cercare di togliere la neve da davanti le ruote. C’è chi tira fuori i cd musicali per l’accurata operazione. Dopo un’ora sembra inevitabile la stasi, allora cominciano a scendere a prendersi i panini al bar e improvvisare pic nic sulla Boccea.
Poi la rassegnazione definitiva, auto abbandonate a se stesse.
Il mattino dopo, mentre infuriavano le polemiche, tutti svegli nell’ovattato silenzio della perfezione bianca che ricopriva pure le più brutte baracche di periferia, lasciavamo alla tv e fb la polemica. I cortili silenziosi dagli anni ottanta sono diventati uno spazio dove finalmente risuonavano le grida dei bambini, mentre tutti rovistavano nei soppalchi “ma io me ricordo
che c’avevo degli scarponi di quella volta che andammo Rivisondoli…”.
Suv e Hammer sfoggiati sui Fori Imperiali finalmente utili alla loro funzione. Africani e filippini al Colosseo a toccare i fiocchi con la meraviglia di una cosa mai vista.
Scarpe da alpini, calze scozzesi, galoche anni quaranta, gilet da montanari, signorine con buste di plastica sugli zatteroni, barilotti porta whisky da san bernardo, visiere da tennisti, colbacchi in testa a nonnette con il cane incappottato. Un signore faceva sci di fondo sul Campidoglio, un altro sfamava i piccioni a Trinità dei Monti.
La vera sagra del chissenemporta: tutti a tirare palle al Galoppatoio di Villa Borghese, salotto del generone, divenuto democratica pista adatta a snowboard fatti con le cassette di plastica della frutta, slittini con il cartone e le buste dell’immondizia. E poi eccolo la: il cuppolone coperto e il panorama inverosimile della bellezza suprema.
Il lunedì tutto finito, il solito sciopero e la chiusura delle scuole che ci costringe a ritirar fuori fantastiche acrobazie romane per andare lavorare, che uno di Milano se le sogna. Siamo abili come Silvan e guerrieri come Massimo Decimo Meridio altro che “voja del lavora’ sarteme addosso”. Ma che ne sapete? Unica difesa che ci è rimasta è quella di tirare palle su al Nord nella piantina dell’espansione dell’impero che sta sulle mura dei fori. Dritte sui barbari germani “tiè a Merkel beccate ‘sto spread” gridava ieri un gruppetto agguerrito e giù pallate, ma co’ la breccola dentro.
Tamara Ecclestone: Sono privilegiata ma non faccio la preziosa
Sarà lei ad affiancare Gianni Morandi sul palco di Sanremo: Tamara Ecclestone, figlia del patron della Formula 1 Bernie Ecclestone, sorella della bionda Petra, modella anche lei. Una ragazza fortunata, Tamara: ha ereditato lo sfacciato patrimonio di papà e l’avvenenza di mamma,
la modella croata Slavica, una vatussa prediletta da Armani il quale, si sa, ha sempre amato valchirie statuarie con grande senso dello stile. Un carattere ereditario che Tamara sembra invece aver perduto fin dall’infanzia vissuta a Milano; una mancanza cui neanche i college londinesi hanno potuto mettere riparo.
Nel 2006 Tamara ha debuttato come conduttrice televisiva presentando il “Red Bull Air Race World Championship”, proseguendo sulla strada del successo anche come modella. Nonostante l’impegnativa carriera molto del suo tempo è occupato per eventi di beneficienza a favore degli animali e dell’ospedale pediatrico di Great Ormond.
Ultimamente è stata protagonista del reality “Billionaire Girl”, emulando Paris Hilton in altrettante mediatiche faccende affaccendata (Paris best friend, Paris world), ma come per l’ereditiera dell’hotellerie, anche a Tamara l’esposizione televisiva della ricchezza non ha giovato se non ai produttori. Tamara al pari di Paris si arrabbia, tuttavia non ci pensa più di tanto. Mette un po’ il muso, poi ricomincia a fare shopping girando con uno dei suoi chihuahua in borsetta (ne ha cinque: Alvin, Socky, Buster, Hob Nob e Duke).
Qui in Italia il volto di Tamara è noto tra gli appassionati di automobilismo sportivo che su Sky l’avranno intravista. Ha avuto un certo numero di foto sui rotocalchi anche con il matrimonio della sorella Petra, avvenuto ad Agosto 2011 nel Castello Odescalchi di Bracciano. La cerimonia è stata considerata tra le più sfarzose della storia del gossip, con ben 27 milioni di dollari spesi per i tre giorni: da far impallidire persino le celebrazioni principesche di Londra e Monaco dello scorso anno.
Tamara vive secondo canoni di un’opulenza ai limiti dell’insolenza. La sua reggia londinese è costata 71 milioni di sterline; la “ripulita” che gli ha dato per adattarla ai suoi gusti ha visto svolazzare una fattura da 16 milioni. In questa magione, per la campagna che ha lanciato il reality Billionaire Girl, si è fatta ritrarre nella sua vasca da bagno di cristallo da 1,6 milioni, nella sua sala bowling di dimensioni regolari, e infine nel suo letto imperiale, coperta di denaro come petali di american beauty.
Entriamo con lei nella sua cabina armadio per scoprire che possiede una collezione di scarpe del valore di 1 milione di sterline, un record che la vede superare Imelda Marcos, moglie del dittatore filippino, la quale fino ad oggi deteneva il triste primato di schiaffo alla miseria. “Sono stata fraintesa – ha detto Tamara dopo le critiche – ora la gente mi vede come una persona vuota e superficiale”. “Mi feriscono – ha continuato – perché sono una ragazza sensibile, ma crescendo ho fatto tesoro del consiglio dei miei genitori di non scusarmi mai per il fatto di essere una persona privilegiata”. “So quanto sono fortunata, ma penso anche agli altri e faccio beneficenza. Del resto, c’è una bella differenza fra l’essere privilegiati e l’essere viziati e io sono orgogliosa di mio padre e grata a lui per la vita che mi ha offerto e non ho certo intenzione di scusarmi per questo”.
Quando ormai tutti sapevano che avrebbe condotto Sanremo, l’attenzione su di lei è diventata morbosa. Tamara non se n’è dispiaciuta; dalle Maldive e a Dubai ha aggiornato i suoi 49mila follower di Twitter coinvolgendoli in scelte difficili quali “vado in spiaggia o a fare shopping?”. Le foto la ritraggono in spiaggia con orecchini e bracciale di diamanti e Rolex al polso. Se si fosse fatta un bagno c’era il rischio di perdersi 130mila euro stimolando lo snorkeling anche a Dubai, città dove lo sport preferito è l’ozio estremo.
Quello che porterà Tamara al Festival di Sanremo sarà senz’altro un’attenzione mediatica internazionale. Ma il contrasto fra la sfrontatezza del denaro di Tamara e il ragazzo di campagna Gianni Morandi, così apprezzato soprattutto per l’aver mantenuto intatta, nonostante il successo inossidabile, la sua semplicità, si farà sentire soprattutto in un momento di crisi. Lo stridio dell’impossibile sobrietà sarà acuto.
Per la povera Tamara – in senso figurato – il conflitto con il qualunquismo, i critici, l’invidia e soprattutto il temibile spettatore medio festivaliero, sarà pesante.
Sicuramente noi ne parleremo per un pezzo. Lei, con ogni probabilità, il 19 febbraio tornerà su una spiaggia esotica a rilassarsi, indossando il suo bikini di pelle di alligatore di Melissa Obadash, un marchio di cui noi non riusciamo neanche pronunciare il nome. Twitterà con amici virtuali, i soli che la sua ricchezza le consente al di la di ogni dubbio, e noi saremo indotti a credere che i soldi, in fondo, non fanno la felicità. Qualcuno potrebbe pensare che piove sempre sul bagnato, ma solo se uscisse fuori la verità sul suo cachet, il che non accadrà mai, nel miglior stile sanremese.
L’indice accusatore
Se per i mondiali di calcio noi italiani ci trasformiamo in CT, quando succede un incidente come quello di Costa Concordia diventiamo tutti marinai. Il trionfo dell’ovvietà va in scena nei pettegolezzi televisivi supportati da immagini di cui i giornalisti non hanno verificato le fonti. Starlette promosse a opinioniste sentenziano, mentre in borsa un crollo fa presupporre perdite per 95 milioni di dollari e ulteriori costi per 200 milioni di dollari. La crociera diventa improvvisamente una “vacanza di avventura” (parole di Barbara Palombelli). Una pubblicità comprata su un quotidiano, risalente a un contratto di chissà quanti mesi fa, diventa “roba di cattivo gusto”, non solo per la gente comune che non sa come funziona il meccanismo di queste promozioni, ma anche per alcuni manager che con Costa e con i giornali ci lavorano tutti i giorni.
“Non mi sembra il caso di parlare del crollo in borsa di Carnival” dichiara una conduttrice. Ci comportiamo sempre come se le parole non avessero un peso. 24mila persone che lavorano in un’azienda che porta un nome italiano e che ha sede a Genova rischiano di finire a spasso. Un settore che era in crescita senza che lo Stato avesse mai sborsato una lira o un euro per incentivarlo o salvarlo si troverà ad attraversare un momento buio.
Non c’ero sulla nave, ma già il fatto che ci siano due fazioni sul comportamento tenuto dal personale significa che la verità è contestabile e i giudizi inopportuni. Cordoglio per le vittime, quindi, prima di ogni cosa, e poi una riflessione su quello che diciamo, perché un crollo in borsa che ci appare come un freddo numeretto, significa gente a spasso, non solo i responsabili dell’incidente (sempre che vi sia la certezza del capro espiatorio) ma 24mila famiglie e giovani, senza contare chi lavora nell’indotto, gli operai che hanno fatto il taglio del primo pezzo di lamiera di quel gigante del mare lavorando per anni ad ogni minima finitura, il pittore che ha dipinto i quadri che abbellivano i corridoi, colui che lucidava gli ottoni per mesi mandando i soldi in una casa lontana. Tutto affondato in un attimo. E mentre ci sono persone che oggi sottacqua rischiano la vita per salvare il salvabile ed evitare il disastro ambientale -per stipendi miseri- la nostra civiltà occidentale di colpa ci obbliga subito a trovare il peccatore, quello da additare. Com’è facile trovare pietre da scagliare. Distruggere è semplicissimo costruire è invece una prerogativa di pochi, i più grandi in questo sono proprio gli italiani, come la famiglia Costa o Aponte o Grimaldi, senza distinzioni giù giù nella storia fino a Cristoforo Colombo. Altro che starlette televisive arrivate chissà come al primo piano di condanna con l’indice abbellito dal french manicure.
La famiglia perfetta
C’era una famiglia perfetta. La mamma era perfettissima. La sua casa era perfettamente pulita già dal primo mattino. La cucina era piena di tutti gli attrezzi necessari a seguire Benedetta Parodi in televisione e cucinare dolci sempre lievitati perfettamente. Lei andava dal parrucchiere e sapeva sempre tutto sulla moda per capelli, casa e abbigliamento.
Il marito perfetto andava a lavorare ed era, ovviamente, direttore. Tutti ammiravano il suo lavoro e lo gratificavano con premi per come svolgeva perfettamente il compito di direttore. I bambini andavano bene a scuola e sapevano comandare tutti gli altri bambini imperfetti che li adulavano e aspiravano a far parte della loro cerchia di bambini eletti. I bambini perfetti avevano un cane giocattolo in modo che non sporcasse, non puzzasse quando era bagnato, non perdesse peli, un cane più perfetto di un cane vero curato con eguale affetto al pari del criceto virtuale che viveva nel DS bisognoso di continue attenzioni per vivere.
Avendo l’esempio della mamma e del papà perfetti, nei casi in cui i bambini perfetti frequentavano altre case, muovevano sempre qualche critica nei confronti dei bambini, ma soprattutto degli adulti su temi vari: cucina e qualità del cibo, educazione, pulizia ambientale, modo di guidare, film da vedere, libri da leggere.
L’amore perfetto regnava sovrano e veniva ben illustrato e manifestato a livello sociale attraverso inviti vari e pubblici editti su facebook di ogni avvenimento quotidiano: torta perfetta, notte romantica perfetta, festa perfetta, shopping perfetto. Tutti approvavano e ammiravano. Soprattutto gli imperfetti, amici preferiti della famiglia perfetta: mamme abbandonate e tradite, figli problematici, genitori con qualche difficoltà personale o sociale, anziani soli. Tutti i problemi individuali degli imperfetti divenivano subito patrimonio pubblico, portati ad esempio e monito. Venivano guardati e analizzati come la donna perfetta guardava i bambini sulla sedia rotelle per strada e subito ringraziava Dio di averle risparmiato una disgrazia simile con i suoi figli perfetti.
Gli amici vagamente imperfetti venivano invece opportunamente messi da parte. Impedivano la contemplazione quotidiana della fortuna di essere l’unica famiglia perfetta, perché erano “quasi” perfetti. Se non fosse stato che per quel determinato dolce avevano una ricetta diversa o per una cena proponessero giochi insoliti, anche loro avrebbero potuto essere perfetti. Ma non erano neanche sufficientemente imperfetti perché si amavano, anche se ogni tanto litigavano, discutevano, bruciavano una torta o avevano subito disgrazie che li avevano comunque tenuti uniti.
Una notte gli oggetti della casa perfetta si animarono come sotto l’onda di un dedalo di dita invisibili. Danzarono fuori da un cassetto alcune foto del marito perfetto con una donna molto più imperfetta della moglie perfetta. Nelle foto lui appariva come uno sconosciuto, improvvisamente imperfetto che rideva di cuore come non aveva mai fatto. Da un baule salutò una bambola bellissima tutta deturpata che per un attimo era stata della donna perfetta quando era bambina prima che sua madre le dicesse di darla a sua sorella imperfetta semplicemente perché “la voleva”.
Si aprì il diario del bambino perfetto con una nota scolastica per atti violenti nei confronti di un bambino con la sindrome di down tutta scarabocchiata. Cadde un invito ad una festa rubato dalla bambina perfetta dove erano state invitate tutte le compagne tranne lei, nonostante avesse pronto il vestito più bello e il regalo più costoso.
Con l’alba, torno la quiete, come un velo.
La mattina un neo imperfetto era spuntato sul viso perfetto della donna perfetta. Subito lo aveva coperto con il fondotinta e aveva chiamato sul cellulare – un numero che solo lei aveva- quel chirurgo bravo per chiedergli di asportare il brutto inestetismo. Poi si accorse che un’infinitesimale macchia era presente anche vicino alla bocca della bambina e del bambino perfetti. -Vedremo se cresce – , si disse la donna perfetta. Decise di non pensarci. Sfornò per colazione i biscotti fatti in casa perfetti, vestì i bambini con panni profumati dall’ammorbidente perfetto, arrivò puntale a scuola e non perse l’appuntamento con il parrucchiere.
La testa della moglie di un direttore deve essere sempre perfetta.
San Francesco e Folena
Onorevole Alessandra Mussolini: “Stipendio a 5000 euro? Ma così ci mandate in giro nudi”. Onorevole Mazzarella: “Siamo pagati troppo poco, come dirigenti di secondo livello”. Onorevole Crosetto: “Mi accreditano sul conto 4.700 euro al mese. Sì, mi danno 3.700 euro di diaria, ma io sono di Cuneo e devo vivere a Roma”. Onorevole Sereni: “Io faccio una vita normale, faccio la spesa alla Coop”.
Molte famiglie fanno la spesa all’hard discount, e frugano nell’abbigliamento al mercato dell’usato. Francesco Pinna, morto nell’allestire il palco per i concerto di Jovanotti, studiava e lavorava per 5 euro l’ora, come me alla sua età, venti anni fa, immutabilmente venti. Un settantenne ruba un dentifricio. Un adolescente ritira il suo regalo di Natale presso un’associazione umanitaria. Tutti i giovani laureati meritevoli che conosco lavorano per stipendi che non superano 700 euro al mese e se ne fottono dell’abolizione dell’articolo 18 perché non sanno neanche cosa è.
Folena simpaticamente assonante con il Folagra di fantozziana memoria, quale pupillo comunista a 51 anni percepisce una pensione di 5000 euro al mese.
Ho visto le monetine cadere su Craxi, il muro di Berlino crollare, l’Europa nascere. La meritocrazia è sempre stata inversamente proporzionale alla corruzione qui. Ma mai, mai il clima è stato così pre-rivoluzionario. Non alla francese. Noi ci incazziamo e basta. La nostra e una virulenza con manifestazioni individualistiche, non collettive. Benché contagiati dallo stesso sdegno noi ci ribelleremo per invidia, non per solidarietà. L’unico momento in cui gli italiani sono stati rivoluzionari è stato durante la Resistenza perché tutti non avevano niente. Come diceva San Francesco e pure qualche comunista, come Folena.
A very Merry Christmas
Un anno nuovo sta per arrivare e quello appena trascorso segna il tramonto di un’epoca e l’inizio di un 2012 non troppo rassicurante. Dal punto di vista politico la primavera araba ha lasciato il posto ad un inverno islamico e integralista. La gente in tutto il mondo è avvelenata. A Wall Street sono inferociti con la finanza. In Italia le donne sono giustamente esasperate perché, pur essendo cambiato il Governo non è cambiato il Paese. O quantomeno il Paese è cambiato, ma in peggio. Lo si vede su tutti i social network. L’astio contro la politica, la condanna di qualsiasi presa di posizione. La ferocia con cui ci si scaglia contro una casta che noi stessi abbiamo creato così com’è, complici di scambi, favorucci e raccomandazioni.
Ora cammini per strada e suona il clacson di una smart o un suv o un auto blu perché ti devi sbrigare e lasciar passare chi si sente in diritto di occupare corsie preferenziali, posteggi per portatori d’handicap. Ti mettono sotto per un minuto perso e poi scappano considerando la tua inutilità. Le nostre domeniche televisive sono di starlette, gossip e pruriginosa cronaca nera. E persino il giornalismo segue la corrente di condanna dei ricchi, dei politici, degli stranieri, degli “altri”. Cavalca l’onda per collezionare “mi piace”. Senza riflettere che per gli altri siamo noi gli altri, che il giornalista che scrive dall’alto del suo editoriale e gode dei finanziamenti pubblici per il suo lauto stipendio è parte stessa di quella casta. Così i proprietari di barche si scagliano contro i proprietari di automobili, gli idraulici contro gli impiegati, i meccanici contro i dottori, gli anziani contro i giovani.
Un odio crescente che ha il suo culmine in questo Natale in cui piante e animali del nostro pianeta seguono il disegno apocalittico dell’egoismo globale.
Così mentre rassicuro mio figlio sulle profezie Maya del 2012, mi trovo per caso di fronte a MTV che manda il video di “Imagine” di John Lennon, sottotitolato. Ha undici anni. Gli traduco questa poesia perfetta dell’uomo, di un essere della stessa razza di quelli che imprecano e odiano. Così anche se sufficientemente indignata per quelli con la smart che mi tagliano la strada, per i politici che mi trovo talvolta a intervistare consapevole della loro pochezza, per l’ingiustizia che ho subito e subisco in questo Paese, non vorrei mai che la profezia si avverasse. Non vorrei mai che tutto sparisse. Vorrei ancora altri momenti come quello in cui, per la prima volta, i miei figli hanno assaggiato un gelato, scoperto l’erba, il mare, ascoltato una canzone di John Lennon, contemplando l’essenza divina dell’uomo.
Le donne secchione si vedono a Natale
Le donne non fanno le mamme perché sono troppo colte. Insomma bisogna che smettano di leggere libri e tornino a fare la calzetta. Non scrive proprio così, ma lo sottintende senza troppi veli il giornalista Camillo Langone, lo Scilipoti di Libero. Analisi statistiche molto chiare dimostrano invece lo stato di difficoltà in ambito lavorativo delle donne italiane che vogliano affrontare la scelta di fare un figlio. Le precarie vengono licenziate. Al top della loro carriera, le donne che hanno ruoli primari, al ritorno dalla maternità affrontano periodi di mobbing lunghissimi. Nelle selezioni lavorative vengono scartati a priori curriculum di donne che hanno o potrebbero avere figli, definiti abitualmente dai datori di lavoro “un problema”, senza considerare come si sentirebbero loro ad essere definiti “un problema” dalla mammina che li ha partoriti.
D’altra parte se uno stipendio equivale a una rata di mutuo o ad un mese di affitto di una casa ci sono poche calzette da fare anche per coloro che tanto volentieri sferruzzerebbero. Anacronismi e scollamenti dalla realtà continuano a contraddistinguere chi vive al di sopra della società, in una qualche élite indistinta che non prende mai la metropolitana, non compra un litro di latte etc etc.
Così, anche per questo Natale, simbolo di nascita e di vita, noi donne dobbiamo sentirci ripetere queste assurdità. Noi che dovremmo avere il tempo di lavorare e partecipare ai vari party di aziendali, addobbare l’albero e fare il presepe, comprare i regali per tutti affinché nessuno senta di non far parte della nostra sfera affettiva. Noi che passeremo un mese a rincorrere offerte per gestire un budget sempre più esiguo e non usciremo il 24 dicembre sciorinando a casaccio -in qualcosa di inutile- l’equivalente dello stesso budget per un unico regalo (quello che non ci possiamo fare da sole). Noi che penseremo alla spesa e alla preparazione dei vari pranzi e cenoni, a prenotare per capodanno, ovviamente sempre lavorando.
Tutto questo credo, non sarebbe possibile se non ci fosse di base, una moderna cultura manageriale, che alle nostre nonne mancava perché “solo” casalinghe, ma anche una conoscenza di Platone, Aristotele e Kant… Per prenderla con filosofia di fronte ad un articolo di Langone.




